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CANI DI RAZZA: NOBILI DEBOSCIATI ?
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di Anna Morandi
Ricordate i figli, i nipoti e i pronipoti delle antiche casate nobiliari dove il “sangue esausto” a causa dei matrimoni consaguinei sfibrava l’uomo fino a ridurlo ad una larva smidollata?
Questa fu una delle cause della decadenza del ceto nobiliare… Il “primo stato” cede il passo al “terzo stato” per citare una terminologia propria della Rivoluzione Francese: energie nuove vengono dal ceto borghese e dal popolino.
Sovente appaiono articoli che lanciano apocalittici richiami all’opinione pubblica paragonando il cane di razza al nobile debosciato dal sangue guasto e diluito.
Vengono presentate gallerie di orrori : dalmata sordi, cocker spaniel malati di cuore, bulldog senza fiato,cani aggressivi perchè allevati male e/o addestrati... non ho cuore di continuare perché si entrerebbe solo in ambulatori dove i pazienti sono per lo più cani di razza (perché i meticci non si ammalano mai!)
Ora noi ci chiediamo quale sia il senso di un’informazione così partigiana, lontana da una campagna sinergica a favore del cane in genere, la quale richiama un’attenzione esasperata a certe selezioni, a cui allevatori ed esperti di settore tentano già da anni di porre rimedio con grande serietà.
Viene dimenticato completamente il valore socialmente utile del cane di razza che deve proprio alla diversificazione ed al miglioramento genetico la qualità del suo servizio reso all’uomo e la validità del proprio comportamento.
Riteniamo che tutti i veri cinofili, anche allevatori e proprietari di cani di razza, possano essere sensibili ed accoglienti nei confronti dei meticci, ospiti e non dei canili rifugio, perché un “amante del cane” è sempre un “amante del cane”!
PERCHE’ SELEZIONARE UNA RAZZA HA ANCORA VALORE
I biologi di tutto il mondo sono giustamente convinti che la variabilità genetica è infatti un bene prezioso da salvaguardare e da mantenere per le generazione future. Esistono finanziamenti e progetti di ricerche rivolte a conservare le varie razze nell’ambito delle differenti specie animali e a salvaguardare quelle numericamente ridotte o in via di estinzione. Non si vede perché il cane ne debba essere escluso, avere tante razze da un punto di vista biologico è senz’altro una ricchezza che amplia gli orizzonti e soddisfa esigenze diverse. Esistono anche razze di cani non riconosciute che vanno studiate e protette come parte integrante di un patrimonio ambientale. Sarebbe veramente imperdonabile che in Sardegna si perdesse il Cane di Fonni, tanto per fare un esempio.
La maggior parte di proprietari di cani vuole qualche cosa di ben definito che sia a lui consono, non vuole fare un salto nel buio. Ciò non toglie che anche un bastardino può dare tanto affetto e fare tanta compagnia. Ma se andiamo a vedere le statistiche dei paesi più cinofili come la Svezia, più dell 80% della popolazione di cani è di razza. In Italia non arriviamo al 20%, ma questa percentuale è in aumento e cresce con l’aumentare della cultura cinofila.
Con ciò tutti i cinofili ritengo siano disponibili ad aiutare i canili rifugio, ma il problema non lo si risolve con accuse infondate verso i cani di razza bensì diminuendo le nascite dei Bastardini.
E’ convinzione di alcuni che i meticci non si ammalino, ma guardatevi attorno negli ambulatori veterinari e fate delle proporzioni, la loro presenza non è certo esigua anche se spesso il proprietario non è disposto a spendere per la visita. Statistiche scientifiche ufficiali non esistono in tal senso, anche i meticci si ammalano di tumori, di displasia dell’anca, del gomito, diventano ciechi e così via.
Analogamente altri sostengono che i meticci sono in grado di sopravvivere e di cavarsela nonostante il traffico stradale, quanti però rimangono vittime o peggio rimangono storpi?
Non esiste la razza del bastardino temprata e selezionata in un |
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CANI DI RAZZA: UN VALORE CULTURALE VECCHIO DI MILLENNI
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di Vito Buono
“Se il cane non fosse esistito voi non leggereste questo libro ed io non l'avrei scritto, giacché l'umanità sarebbe analfabeta. E' stato il cane a fare uscire l'uomo dallo stato di selvatichezza e ad offrirgli gli albori della civiltà. Senza il cane, l'uomo avrebbe potuto restare eternamente un cacciatore semiaffamato e seminudo, ogni giorno immerso nella ricerca della preda per sfamare sé e i suoi. Se pure la fame gli avesse permesso di pensare ad altri, all'infuori di se stesso.
Il cane l'ha fatto divenir pastore. Pastorizia significa cibo assicurato, la blandizia del latte, la saporosità del formaggio, il cosciotto allo spiedo. Non più cacciatore affannato e inquieto, bensì placido e ridente, certo di poter mangiare quante volte desidera. Un uomo con tre cani cura cento pecore, solo non ne cura tre. Senza il cane, neppure l'idea della pastorizia. Niente pastorizia e quindi niente vestiti, se non pelli fetenti d'animali uccisi. Invece il pastore si veste di lana, si fabbrica le ciocie e non va più scalzo. Senza abiti, niente pudori.
Senza cane, niente astrologia né (sorella minore) astronomia. Il pastore ha tempo per oziare, ossia per pensare, giacché il pensiero richiede una certa quantità di calmi agi. Il pastore guarda il sole, esamina le stelle, ne verifica il corso, ne osserva le ellissi. Il pastore pensa e quindi disegna (Giotto fu pastore), disegna e quindi scrive. Scrive e quindi cessa dall'essere un irsuto abitatore di caverne, un infreddolito mangiatore di cadaveri, per diventare una creatura nuova, dallo sguardo dominatore e dal pensiero che sale.
Senza cane, niente virtù. Come potresti chiedere di essere virtuoso a un selvaggio che o sta in agguato o teme l'agguato altrui? La virtù non è vestita di pelli sanguinolente, bensì di candida stola, tessuta da donne placide, inventrici del fuso, domesticatrici dei cereali. I figli dei sereni mangiatori di latte e di formaggi sono meno impulsivi e frenetici dei figli di divoratori di prede ancor palpitanti. I figli dei pastori inventano il diritto e s'inchinano alla legge.
Senza cane, niente agricoltura, perché il pastore è nomade fino al giorno in cui un luogo di pascoli gli piace e vi resta e diventa contadino. Senza agricoltura niente commercio, né, più tardi, industrie. I popoli navigatori sono figli di contadini e nipoti di pastori. Chi caccia e con la caccia si ciba, resta a terra o al più pesca, ma non pensa neppure d'avventurarsi sui mari. Senza cane, niente navigazione.
Senza cane, eterna guerra con le belve, con i nemici. Il cane veglia e ti lascia dormire. Dormire significa entrare in rapporto con i mondi ultraterreni e portare in terra, ogni mattino, luminosa polvere di stelle. Il sonno agitato dietro il fuoco acceso dal cacciatore, timoroso di divenire a sua volta preda, è diverso dal placido riposo del pastore che ha una capanna e fuori il cane a difenderlo.
Senza cane, niente religione oppure una religione embrionale, quella del selvaggio che adora una pietra, non avendo avuto mai il tempo di lanciare la propria anima, dritta come un dardo, fino a Dio. Il cane ci ha dato l'ozio e l'ozio (padre di tutte le virtù) ci ha dato il saggio e il santo.
Senza cane, niente amore. Il cacciatore ognor fuggente agguanta la donna e poi se ne va. Il pastore ha il tempo per amare ed ha la casa, luogo per amare. Senza cane e senza casa, niente paternità, senza paternità non v'è famiglia, non v'è tradizione. Senza cane e senza amore niente poesia, la prima delle arti. Il pastore canta, il cacciatore grida. Senza cane niente musica, né architettura. Senza cane niente uva, senza vino niente danza.
Abbiamo avuto civiltà senza cavallo, persino civiltà senza ruota, mai civiltà senza cane.
Senza cane, niente uomo.”
(Pietro Scanziani – da “Il Cane Utile” – ed. PAN – Roma)
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